Mmbock lambock

A volte penso che la lingua italiana non riesca a farmi esprimere quello che provo, e vorrei inventarmene una nuova. Una che renda esattamente le mie emozioni. È una chimera ovviamente, questa fantomatica lingua. Ed è molto più probabile che il problema sia io.

Io che non so neanche io bene che provo.

Io che non padroneggio abbastanza la lingua con cui pretendo di scrivere.

Però se invece di dire “Risuona a vuoto questo mio corpo. Anche se lo riempo di cose, cosmetici, costumi e minestre” dicessi:

Mmbock lambock raattndav aurgh bleaaaant… sbrag.

No, boh. Non mi convince. Dovreste sentirmelo pronunciare, perchè così e tagliente e freddo, invece è proprio un bel lamento detto a parole.

Cavolo, sono brava a lamentarmi!

Incipit 1

Credere è qualcosa che si impara, di solito quando si è molto piccoli e ancora si fa fatica a stabilire cosa esiste davvero e cosa è nella nostra mente; o meglio quando si è perfettamente in grado di capire la sostanziale differenza ma ancora non ci si è arresi all’idea di accettarla.

Esistono, inoltre, diversi tipi di credenze: c’è chi crede nelle fate, chi in Babbo Natale e la Befana, chi crede in Dio, chi nella scienza, chi crede ancora che un giorno un gufo smarrito torni a recapitare una lettera da Hogwarts e c’è addirittura chi crede nel capitano della Roma, perchè il calcio è la sua religione.

Lei no.

Lei credeva solo ed esclusivamente a quello che le faceva comodo… e in Dio, ma suppongo che anche quello fosse un derivato del suo spropositato ego.

La bomba

Talvolta disinnescare la bomba non è produttivo. La bomba deve scoppiare, deve sparare a zero su tutto, radere al suolo ogni convinzione, cavarti il petto col cucchiaino. Così ondeggi con gli occhi in mano e la vita prende tutta un’altra prospettiva.

Talvolta disinnescare la bomba fa male. Talvolta anche io ho bisogno di scoppiare.

Buon Natale

È una specie di crepa, come quella che spunta sui muri e non capisci se c’è sempre stata o prima o poi verrà tutto giù. Come la ruga che ‘oddio mio, sto diventando vecchia’ e non sai se è un bene o un male. Come un fiume che fende l’Amazzonia. Come è bello il mare, come sono banali le metafore, come un fulmine e il suo tuono o no, non importa, l’importante è che tanto vale che la lavi, quella maglietta, che il profumo è andato via da una vita! Mi lascia allibita, ma lo sai che tanto l’allitterazione va abolita, è una prosa costruita! Peccato perché è tutto insensato, sto discorso è tutto insensato e dicono pure che la civetta era figlia di un fornaio, ma il fornaio era mezzo pazzo e pure Ofelia non scherzava, quindi lava, lava! Ma che noia queste parole, che noia il sushi con tutta quella salsa di soia che poi non sa di niente e eppure la gente se lo mangia. Quel sushi di merda che paghi venti euro e stai apposto con la coscienza, che accondiscendenza, e mangi finché non scoppi, e ci riempiamo di sushi, che siamo sciupati, così con tutti quel pesce crediamo di rimediare a quel buco enorme che sta là, ma che non lo senti? Ma che non lo vedi? Eccolo. ECCOLO, cretine tutte e cretini tutti, perché le donne hanno pari diritti e vogliamo le professioni declinate al femminile, e vogliamo un neutro che sia, cazzo, inclusivo. Oddio ho detto cazzo, volevo dire vulva… Che sia, vulva, inclusivo. Anzi inclusivA perché fanculo voglio usare il femminile per generalizzare, e va bene? Ti pare possibile che perfino il neutro sia un nome maschile? Allora sì, faccio come fa quell’altra pazza fenomenale di mia sorella. Avessi la metà della sua forza di esistere starei apposto per tutta la vita! Ma che poi chi ci vuole stare apposto per tutta la vita, eh? Io no. Io non trovo posto. Mi fa schifo il posto, non riesco a stare ferma nello stesso punto o a fare lo stesso cesso di lavoro… Svizzera, Inghilterra, Olanda, istruttrice, cameriera, laureanda o bibliotecaria, divento abitudinaria, mi viene la malaria, ho bisogno d’aria, Dio aprite una finestra!

Ah, va meglio. Che poi qui c’è aria di Natale, dicono. Io non la sento, ma sarà che sono troppo presa a scrivere stronzate, piangere sulle mie miserie, costruire su macerie o mantenermi viva.

Perciò fammi un favore, chiudi quella bocca che già ho capito dove vai a parare e io mi devo concentrare, avevo qualcosa in mente, anche se mi pare non fosse niente. A proposito, dov’ero rimasta? Ah sì, quella cazzo di crepa che mi manda fuori di testa. Che fastidio, è peggio di chi si accolla e non capisce che è ora di smammare.

Oh ancora che leggi? Non c’è niente da vedere da queste parti, non c’è niente da guardare, quindi sciò, sono seria. Sii cortese, sii cordiale. Passi lunghi e ben distesi, vaffanculo e buon Natale.

Fogliacci di carta

A volte, come oggi, ripesco dagli scaffali e in mezzo ai quaderni dei fogliacci di carta tutti scritti. Sono una grafomane e scrivo ovunque e scrivo talmente tante cose (o ho la memoria talmente tanto corta) che mi scordo quello che ho scritto e a volte, come oggi, li rileggo e penso che in fondo in fondo scrivo proprio bene. Non sempre, a volte scrivo cagate, ma altre volte è roba buona.

E sono felice.

Gioco di carte

E ad ogni carta che c’è ancora da giocare, io mi ritrovo incredula a giocarla con te. Che sei il più bravo giocatore e che sei anche il peggior bugiardo, perché mi lasci vincere e te lo leggo negli occhi. Ma ad ogni carta che c’è ancora da giocare io ho paura a giocartela davanti, perché ad ogni turno, ad ogni mano passata, ti sono più vicina e mi ero ripromessa di non esserlo. Mi ero ripromessa di non giocare mai più in coppia, perché in coppia non ci so più stare. Ma tu sei più bravo di me, e sai che è solo in due che ha senso questo strano gioco.

Addio

Pago delle tue scelte

Forse dormi sonno sereni.

Il fallimento di questa assurda storia ti cadrà addosso come una spada in bilico sulla testa

O forse no, a chi importa?

Affoga nelle tue responsabilità,

Non ci sono più io a trascinarti in salvo.

Ed ora basta con le comprensioni,

Basta con le scuse.

Ora mi fai pena.

Ora mi sei venuto in odio e ti dico finalmente con il mio sorriso più sereno,

Addio.