Io temo

Dei cicli di vita non temo

Le eterne sferzate

Quand’anche fossero affondi

Calati a spalle inermi.

Temo invece l’inedia

Delle mezze giornate

Quando basta una carezza

A farmi pensare

Che forse non ha poi così tanto senso

Questo mio vagabondare.

Buon Natale

È una specie di crepa, come quella che spunta sui muri e non capisci se c’è sempre stata o prima o poi verrà tutto giù. Come la ruga che ‘oddio mio, sto diventando vecchia’ e non sai se è un bene o un male. Come un fiume che fende l’Amazzonia. Come è bello il mare, come sono banali le metafore, come un fulmine e il suo tuono o no, non importa, l’importante è che tanto vale che la lavi, quella maglietta, che il profumo è andato via da una vita! Mi lascia allibita, ma lo sai che tanto l’allitterazione va abolita, è una prosa costruita! Peccato perché è tutto insensato, sto discorso è tutto insensato e dicono pure che la civetta era figlia di un fornaio, ma il fornaio era mezzo pazzo e pure Ofelia non scherzava, quindi lava, lava! Ma che noia queste parole, che noia il sushi con tutta quella salsa di soia che poi non sa di niente e eppure la gente se lo mangia. Quel sushi di merda che paghi venti euro e stai apposto con la coscienza, che accondiscendenza, e mangi finché non scoppi, e ci riempiamo di sushi, che siamo sciupati, così con tutti quel pesce crediamo di rimediare a quel buco enorme che sta là, ma che non lo senti? Ma che non lo vedi? Eccolo. ECCOLO, cretine tutte e cretini tutti, perché le donne hanno pari diritti e vogliamo le professioni declinate al femminile, e vogliamo un neutro che sia, cazzo, inclusivo. Oddio ho detto cazzo, volevo dire vulva… Che sia, vulva, inclusivo. Anzi inclusivA perché fanculo voglio usare il femminile per generalizzare, e va bene? Ti pare possibile che perfino il neutro sia un nome maschile? Allora sì, faccio come fa quell’altra pazza fenomenale di mia sorella. Avessi la metà della sua forza di esistere starei apposto per tutta la vita! Ma che poi chi ci vuole stare apposto per tutta la vita, eh? Io no. Io non trovo posto. Mi fa schifo il posto, non riesco a stare ferma nello stesso punto o a fare lo stesso cesso di lavoro… Svizzera, Inghilterra, Olanda, istruttrice, cameriera, laureanda o bibliotecaria, divento abitudinaria, mi viene la malaria, ho bisogno d’aria, Dio aprite una finestra!

Ah, va meglio. Che poi qui c’è aria di Natale, dicono. Io non la sento, ma sarà che sono troppo presa a scrivere stronzate, piangere sulle mie miserie, costruire su macerie o mantenermi viva.

Perciò fammi un favore, chiudi quella bocca che già ho capito dove vai a parare e io mi devo concentrare, avevo qualcosa in mente, anche se mi pare non fosse niente. A proposito, dov’ero rimasta? Ah sì, quella cazzo di crepa che mi manda fuori di testa. Che fastidio, è peggio di chi si accolla e non capisce che è ora di smammare.

Oh ancora che leggi? Non c’è niente da vedere da queste parti, non c’è niente da guardare, quindi sciò, sono seria. Sii cortese, sii cordiale. Passi lunghi e ben distesi, vaffanculo e buon Natale.

Fogliacci di carta

A volte, come oggi, ripesco dagli scaffali e in mezzo ai quaderni dei fogliacci di carta tutti scritti. Sono una grafomane e scrivo ovunque e scrivo talmente tante cose (o ho la memoria talmente tanto corta) che mi scordo quello che ho scritto e a volte, come oggi, li rileggo e penso che in fondo in fondo scrivo proprio bene. Non sempre, a volte scrivo cagate, ma altre volte è roba buona.

E sono felice.

Gioco di carte

E ad ogni carta che c’è ancora da giocare, io mi ritrovo incredula a giocarla con te. Che sei il più bravo giocatore e che sei anche il peggior bugiardo, perché mi lasci vincere e te lo leggo negli occhi. Ma ad ogni carta che c’è ancora da giocare io ho paura a giocartela davanti, perché ad ogni turno, ad ogni mano passata, ti sono più vicina e mi ero ripromessa di non esserlo. Mi ero ripromessa di non giocare mai più in coppia, perché in coppia non ci so più stare. Ma tu sei più bravo di me, e sai che è solo in due che ha senso questo strano gioco.

Addio

Pago delle tue scelte

Forse dormi sonno sereni.

Il fallimento di questa assurda storia ti cadrà addosso come una spada in bilico sulla testa

O forse no, a chi importa?

Affoga nelle tue responsabilità,

Non ci sono più io a trascinarti in salvo.

Ed ora basta con le comprensioni,

Basta con le scuse.

Ora mi fai pena.

Ora mi sei venuto in odio e ti dico finalmente con il mio sorriso più sereno,

Addio.

Ritrovamento del 28/07/2017

Mi sento come se tutto ciò che per gli altri è importante per me non lo è affatto.

E tutto ciò che per me ha significato per gli altri è superfluo.

Ho una piana arida dentro, uno di quei terreni delicati che se curati danno fiori meravigliosi ma se lasciati alle intemperie non solo non danno fiori né erbacce ma desertificano e si spengono.

Apatia

Letargia emozionale e sensoriale

Apatia

Ci sono e non ci sono.

Vedo e non vedo questo modo, vedo e non vedo l’altro.

Cosa accade se un occhio vede un colore e un occhio ne vede un altro? Beh così mi sento io, sfasata rispetto al bordello del mondo umano e sfasata rispetto al terreno arido che è il mio mondo ora.

Metà nell’acqua e metà nell’aria, non sono nulla e non sento nulla.

Felicità

Alle prese con un libro che scrivo a singhiozzo, che non ha capo né coda, che raccontato a mia sorella ha detto che “non è molto audace”, riporto qui un brevissimo estratto:

Tramonto Campagna Natura - Foto gratis su Pixabay

“Ho sempre avuto un rapporto un po’ speciale con la felicità. Faccio fatica a definirla, l’ho sempre fatto. Nel mio immaginario non è mai legata ad un ricordo piacevole, ad un ricordo allegro dove rido, dove mi diverto. Ha invece a che fare con quel filtro vintage che rende le foto più belle, con il rallentarsi all’infinito di un evento per coglierne il fulcro vitale. E’ un’immagine di bellezza che fa quasi male, che mi fa quasi piangere. La felicità per me è sempre una quieta immagine di perfetta malinconia: è il nonno che guida il furgoncino con la canzone country gracchiante di sottofondo, il turbinio di polvere dorata oltre il finestrino e il profumo di erba secca nelle narici.”

La Vertigine

Senso di abbandono, di vertigine.
Lorenzo dice che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare… Per me la vertigine non ha niente a che fare con l’altezza, è il vuoto dell’anima che mi richiama, è il pozzo del dolore che si fa invitante e sussurra il mio nome, non appena abbasso le difese, non appena ne ha la possibilità. E io lotto per non scivolare. Mi tengo stretta al bordo del mondo mentre nel petto mi si allarga un vortice che risucchia tutto. Tutti i sentimenti, tutte le emozioni, negative e positive, e io rimango simulacro.
Lasciami, lasciamo andare.

Ma l’animale che mi porto dentro
Non mi fa vivere felice mai
Si prende tutto, anche il caffè.

Lasciami, lasciami andare.
Mi viene da piangere ma non posso, non ne ho voglia. Ci vuole energia anche per piangere e io non ne ho più. Vivo una vita che è di un’altra, eppure quella vita mi attrae. Una vita in cui sono una semplice ragazza, una vita candida.
Sono luce, così mi hanno detto, ma io non ci credo. Ho provato a dargli retta, ho provato a socchiudere gli occhi davanti allo specchio sperando di vedere l’alone, ma ho visto solo ciglia e tanta rabbia.
Non sono luce e se tu l’hai detto è solo perché sei più buio di me.
Ho dentro mille colori che non so distinguere e li lascio mescolarsi in un unica tonalità di terra, che come la terra è tutto e non è niente.
Affogo e nessuno può salvarmi, ma da una parte questa vertigine che mi chiama mi risulta amica. Non la respingo come dovrei. È un dolore noto, un volto di qualcuno che hai amato e che hai perso ma che ancora ti sta dentro perché è legato a doppio filo con la tua anima… perché l’anima è cresciuta come un albero innestato e non c’è niente da fare.
Ash. Fai silenzio.
Lo senti il suono? Quel vibrare intenso, acutissimo? È la vertigine che torna a prendersi quello che le spetta.
Non vuole dipinti a olio, non vuole storielle da quattro soldi. Lei vuole gli sputi e le unghie rotte. Vuole le lascrime e ogni goccia di sangue rimasta. Vampiro subdolo.

Sono sola.
Questo è quello che ho capito. Siamo tutti soli, soli, soli, soli come cani. Soli come elefanti in fin di vita. E le nostre ossa, come le loro, giaceranno in un cimitero di mastodontici crani forati.
Chissà nel mio, di cranio, che diavolo si trova.
Di certo tanto caos. E la vertigine, che come un sasso nella scarpa mi fa zoppicare sempre quando sono a pochi metri dalla meta, quando penso di esserne uscita.