Icis Ondor

Ho perso il ritmo di questa danza, che non m'attende e da sempre avanza.


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Addio

Pago delle tue scelte

Forse dormi sonno sereni.

Il fallimento di questa assurda storia ti cadrà addosso come una spada in bilico sulla testa

O forse no, a chi importa?

Affoga nelle tue responsabilità,

Non ci sono più io a trascinarti in salvo.

Ed ora basta con le comprensioni,

Basta con le scuse.

Ora mi fai pena.

Ora mi sei venuto in odio e ti dico finalmente con il mio sorriso più sereno,

Addio.


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Ritrovamento del 28/07/2017

Mi sento come se tutto ciò che per gli altri è importante per me non lo è affatto.

E tutto ciò che per me ha significato per gli altri è superfluo.

Ho una piana arida dentro, uno di quei terreni delicati che se curati danno fiori meravigliosi ma se lasciati alle intemperie non solo non danno fiori né erbacce ma desertificano e si spengono.

Apatia

Letargia emozionale e sensoriale

Apatia

Ci sono e non ci sono.

Vedo e non vedo questo modo, vedo e non vedo l’altro.

Cosa accade se un occhio vede un colore e un occhio ne vede un altro? Beh così mi sento io, sfasata rispetto al bordello del mondo umano e sfasata rispetto al terreno arido che è il mio mondo ora.

Metà nell’acqua e metà nell’aria, non sono nulla e non sento nulla.


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Felicità

Alle prese con un libro che scrivo a singhiozzo, che non ha capo né coda, che raccontato a mia sorella ha detto che “non è molto audace”, riporto qui un brevissimo estratto:

Tramonto Campagna Natura - Foto gratis su Pixabay

“Ho sempre avuto un rapporto un po’ speciale con la felicità. Faccio fatica a definirla, l’ho sempre fatto. Nel mio immaginario non è mai legata ad un ricordo piacevole, ad un ricordo allegro dove rido, dove mi diverto. Ha invece a che fare con quel filtro vintage che rende le foto più belle, con il rallentarsi all’infinito di un evento per coglierne il fulcro vitale. E’ un’immagine di bellezza che fa quasi male, che mi fa quasi piangere. La felicità per me è sempre una quieta immagine di perfetta malinconia: è il nonno che guida il furgoncino con la canzone country gracchiante di sottofondo, il turbinio di polvere dorata oltre il finestrino e il profumo di erba secca nelle narici.”


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La Vertigine

Senso di abbandono, di vertigine.
Lorenzo dice che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare… Per me la vertigine non ha niente a che fare con l’altezza, è il vuoto dell’anima che mi richiama, è il pozzo del dolore che si fa invitante e sussurra il mio nome, non appena abbasso le difese, non appena ne ha la possibilità. E io lotto per non scivolare. Mi tengo stretta al bordo del mondo mentre nel petto mi si allarga un vortice che risucchia tutto. Tutti i sentimenti, tutte le emozioni, negative e positive, e io rimango simulacro.
Lasciami, lasciamo andare.

Ma l’animale che mi porto dentro
Non mi fa vivere felice mai
Si prende tutto, anche il caffè.

Lasciami, lasciami andare.
Mi viene da piangere ma non posso, non ne ho voglia. Ci vuole energia anche per piangere e io non ne ho più. Vivo una vita che è di un’altra, eppure quella vita mi attrae. Una vita in cui sono una semplice ragazza, una vita candida.
Sono luce, così mi hanno detto, ma io non ci credo. Ho provato a dargli retta, ho provato a socchiudere gli occhi davanti allo specchio sperando di vedere l’alone, ma ho visto solo ciglia e tanta rabbia.
Non sono luce e se tu l’hai detto è solo perché sei più buio di me.
Ho dentro mille colori che non so distinguere e li lascio mescolarsi in un unica tonalità di terra, che come la terra è tutto e non è niente.
Affogo e nessuno può salvarmi, ma da una parte questa vertigine che mi chiama mi risulta amica. Non la respingo come dovrei. È un dolore noto, un volto di qualcuno che hai amato e che hai perso ma che ancora ti sta dentro perché è legato a doppio filo con la tua anima… perché l’anima è cresciuta come un albero innestato e non c’è niente da fare.
Ash. Fai silenzio.
Lo senti il suono? Quel vibrare intenso, acutissimo? È la vertigine che torna a prendersi quello che le spetta.
Non vuole dipinti a olio, non vuole storielle da quattro soldi. Lei vuole gli sputi e le unghie rotte. Vuole le lascrime e ogni goccia di sangue rimasta. Vampiro subdolo.

Sono sola.
Questo è quello che ho capito. Siamo tutti soli, soli, soli, soli come cani. Soli come elefanti in fin di vita. E le nostre ossa, come le loro, giaceranno in un cimitero di mastodontici crani forati.
Chissà nel mio, di cranio, che diavolo si trova.
Di certo tanto caos. E la vertigine, che come un sasso nella scarpa mi fa zoppicare sempre quando sono a pochi metri dalla meta, quando penso di esserne uscita.


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Bozza. Il Fuoco

Capita a volte che ti guardi nello specchio e ti chiedi chi sei.

Sei l’eroe della storia, così ti hanno detto, e pare che non sia così scontato.

La ragazza che ti restituisce lo sguardo ha i capelli scompigliati e negli occhi il fuoco della vita, quello che non può essere spento da nessuno, solo da se stessi. Quello che danza libero tutto attorno al corpo e sfiora gli altri come una carezza.

Se ne accorgono tutti che c’è perché è un fuoco che divampa quando ha ossigeno di cui nutrirsi.

E’anche un fuoco capriccioso, però, e come fa la Rosa col suo Piccolo Principe reclama attenzioni e premure o altrimenti rischia di tramutarsi in fiammifero e oscurare tutta la Bellezza.

La chiude a chiave in un minuscolo scrigno, spingendocela al ritmo delle offese, e non la lascia più uscire.

E’ un fuoco poco fatuo. E’ altezzoso e fragile quando è oppresso. E’ estatico e sconvolgente se è libero di bruciare.

E come un cane che ama il suo padrone, così anche lui torna sempre a casa quando esce per baciare il mondo.


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E allora scrivo

Eccomi qua. Le tre e undici di notte. Tornata da poco a casa, una casa che a quest’ora è silenziosa, è calma, è tutta mia.

Mi faccio un tè, o meglio una tisana, mi sistemo sul tavolo grande con una luce piccola e apro il quaderno, che in questo intenso silenzio fa un suono caldo, come di una coperta rimboccata.

La notte è il tempo delle mie riflessioni e l’unica cosa che mi salva da me stessa, da tutto quello che mi fa vacillare, è la scrittura.

Come la mano calda di chi ti ama, come la stella polare in un deserto, come un gabbiano che assicura terra, così è per me ora la penna.

E allora scrivo.

Quando tutti dormono, io scrivo.


Un senso a questa vita

Ieri mentre mi lavavo i denti mi guardavo allo specchio e pensavo a tutte le cose che devo fare, gli impegni presi, le corse per fare tutto… Poi così, dal nulla, mi è venuto in mente che ho scelto filosofia perché speravo mi aiutasse a dare un senso alla vita, a capire perché succedono le cose. Ovviamente non l’ha fatto, anzi. Mi ha solo riempito di più dubbi, più incertezze. Mi ha aperto altre domande e in un modo o nell’altro quella iniziale l’ho accantonata.

E ieri, proprio mentre mi lavavo i denti, ho capito che la risposta alla domanda “che senso ha la vita?” è la risposta banale che ti danno tutti, la risposta banale che se la dice Vasco è poesia:

“Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”

Per tutta la vita l’ho sentito dire ma solo ieri, in un’illuminazione che non ha a che fare con l’intelletto ma con qualcosa di più primitivo, l’ho finamente compreso.

La vita non ha senso, non ha alcun senso. Almeno non un senso esterno.

Ieri mi sono sorrisa allo specchio perché per la prima volta mi sono sentita potente.

Siamo un aggregato casuale di cellule in un universo caotico, e l’unico senso che hanno le mie azioni, questa società, il lavoro, lo studio, il sesso, il gelato, è il senso che gli do io.

Strano come spesso la logica e la razionalità ci aiutino a sentirci meno soli, meno in balia di tutto. Ci piace inscatolare la realtà in leggi, principi, regole, solo per crearci un falso senso di stabilità, quando invece a volte avremmo bisogno di tutto l’opposto.

Se la vita ha un senso nascosto e non sa qual’è, l’uomo si sente infimo, incapace, all’oscuro, schiacciato.

Se la vita non ha senso invece è lui ad avere il potere nelle mani. Lui a decidere, a plasmare.


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Shift

Nemirei prese posto a tavola davanti a una tazza di tè e una fetta biscottata, più o meno come faceva ogni mattina da anni. Eppure qualcosa sapeva di diverso.

Seppe che era lei. Lei era un’altra, i suoi ricordi erano i ricordi di una sconosciuta a cui era molto legata ma che non la riguardavano davvero. Era una sintesi dialettica di quello che era stata e si compiacque.

Sorrise. Fuori pioveva ma era comunque una splendida giornata.


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Poker d’assi

Passo a passo di danza, passo e nessuno si scansa. Non un alito di vento sul volto, testa alta e sorriso da stolto, come il tempo che ci porta lontano, passa, passa, passami la mano. Che basta una carta e faccio poker d’assi, tanti sassi da mettere in fila, tanti sassi da sembrare duemila. Lanciali in mare ma ti prego sta attento, a cadere ci si mette un momento. Ma un momento è un istante soltanto e passa veloce come passa un rimpianto.